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Lo sapevo, lo sapevo già il 4 marzo…

Erano le 12 e già il tam tam era iniziato sui social, ci si preparava ad una chiusura della scuola di almeno 10 giorni, fino al 14 marzo si leggeva, ma sembravano indiscrezioni un po’ esagerate. Alle 13 ero ancora in classe, con i miei alunni tutti intorno alla cattedra con i telefoni in mano, si seguiva in diretta il tam tam mediatico, alle 14:00 la conferma ufficiale: sospensione delle attività didattiche fino al 14 marzo.
Suona la campana, i miei alunni, per una volta, non si catapultano fuori dall’aula, ma mi guardano diritto negli occhi, un po’ disorientati “Professore e adesso che succede?” e che ne so io, ma che deve succedere? Qualcosa di terribile, la situazione deve essere seria. Sento un po’ il panico, ma non posso mostrarlo “Vedremo cosa succede ragazzi, una cosa è certa cercate di stare attenti, non uscite di casa, non fate al solito vostro i cretini che vi andate a prendere il sole a Mondello, la situazione adesso è seria, non è più il momento di scherzarci su, per qualunque cosa restiamo in contatto, mi raccomando!” Mogi mogi, escono dall’aula “arrivederci prof” “ciao belli!”. Aspetto che anche l’ultimo se ne sia andato, guardo l’aula vuota ancora per un istante ed esco anch’io.
Scendo al piano di sotto, trovo tutti i colleghi riuniti in sala professori, la domanda è sempre la stessa “e adesso?”. Nessuno ha la risposta. Ci guardiamo, ci salutiamo e torniamo a casa.
Lo sapevo già il 4 marzo che quello sarebbe stato l’ultimo giorno di scuola. Me lo sentivo, ma sotto sotto c’era ancora una vocina che diceva “non può essere, si rientrerà, forse tra un mesetto ma si rientrerà”.
Lo sapevo già il 4 marzo che le attività didattiche in presenza non sarebbero ripartite, ma sentirselo dire il 26 aprile ha fatto comunque un certo effetto. Di solito la scuola finisce a Giugno, quando si è stanchi, il caldo ti brucia la pelle, le aule diventano ambienti invivibili per le temperature, c’è la voglia di andare al mare, si è fatto il pieno di sorrisi, esperienze, affetto, si è camminato insieme ai propri alunni con soddisfazione, ma non è questo il caso, è solo il 4 marzo, si viene già da una settimana di sospensione e ci sono ancora tante e tante cose che vorrei dirgli, tanti passi che vorrei fare, soprattutto con le classi uscenti che sono al termine di un percorso.
Da quel 4 marzo sono successe tante cose: i camion che trasportano i morti, la chiusura di tutto, le famiglie separate, una Pasqua al limite del surreale, i malati che si ritrovano spesso a morire nella più assoluta solitudine, le persone che perdono il lavoro, le imprese al collasso, l’Europa che rischia di implodere.
Io lo sapevo già il 4 marzo tutto questo, lo sapevo e in cuor mio dicevo: è il momento di chiudere un capitolo e di aprirne un altro. La verità è che non siamo noi a decidere quando un capitolo si chiude ed è per questo che ogni pagina è importante già nel momento esatto in cui si scrive.
Lo sapevo già il 4 marzo che le relazioni ed il tempo sono un dono, ma forse ero sempre troppo di fretta per pensarci. Quando tutto finirà e finirà davvero, quel 4 marzo deve restare come monito per tutti, monito per riscoprire ciò che già sappiamo e sapevamo, che la vita va vissuta giorno per giorno e che l’importanza e la grandezza dell’oggi non è data da un domani che non ci appartiene. Il contrario dell’amore è il possesso, quando si vuol possedere qualcosa è allora che si smette di amare.
(just my 2 cents!)
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