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La rinuncia alle cose del mondo, spunti dagli hindu

La società hindu mette in cima alla sua scala di valori il distacco e la rinuncia al mondo. Questa impostazione denota una società che ha sviluppato un’alta consapevolezza della precarietà di tutti i beni e i valori terreni, un forte senso di «impermanenza» di tutto ciò che esiste [1]. Per alcuni versi in maniera non troppo differente, anche se in modo più assoluto e radicale, da quanto Qoelet sostiene nella Bibbia. Certo, nel Qoelet è assente il disprezzo per il mondo, seppur nella consapevolezza della sua vanità. Il messaggio è più del tipo, «vivi nel mondo, ma sappi che tutto è vanità, quindi ricordati dell’unica cosa che realmente conta, cioè Dio: godi delle gioie del mondo, ma sempre nel timor di Dio».

 

Sanassi

Nella visione indiana, vale davvero solo ciò che si sottrae alla ruota del divenire. L’idea hindu di rinuncia è dunque fondamentale, tuttavia molto differente da quella cristiana. Questa differenza però può fornire degli spunti di riflessione molto importanti perché possiedono in sé una verità psicologia e antropologica molto forte.

Si pensi a tal proposito al principio di indifferenza ignaziano che si trova proprio in quello che viene chiamato il «principio e fondamento» degli esercizi formulati dal santo di Loyola:

L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati [2].

Ora, il punto è come si dovrebbe raggiungere questo distacco, questa indifferenza, in definitiva questa rinuncia? L’impostazione cristiana punta l’attenzione, giustamente, sulla volontà. Il cristiano deve indirizzare la sua volontà, la sua intenzionalità verso Dio e dunque scegliere tutto ciò che lo avvicina ed evitare, rifiutare, rinunciare a tutto ciò che lo allontana da Dio. L’etica ci insegna che non sono tanto le azioni a connotare moralmente la persona, quanto piuttosto l’atteggiamento e l’intenzione in pratica la sua volontà. Tuttavia, l’esperienza ci ricorda che la sola forza di volontà non basta… «lo spirito è pronto, ma la carne è debole (Mt 26,41)».

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Il cristiano che sceglie di rinunciare al mondo per dedicarsi alla vita religiosa lo fa in genere nella consapevolezza di rinunciare a beni e valori autentici (per esempio agli affetti familiari) per perseguire un bene e un valore superiore. Al contrario uno hindu sceglie la via della rinuncia solamente quando ai suoi occhi, i beni e i valori terreni cessano di essere tali, in altre parole quando gioie, piaceri e beni terreni hanno perso ogni interesse e si sono svuotati di ogni valore ontologico (valori che in realtà alla luce di questa nuova consapevolezza non hanno mai avuto). Non per nulla nell’India antica la scelta della rinuncia al mondo era prevista solo dopo aver vissuto una vita nel mondo e quindi dopo aver avuto modo di sperimentare, insieme con le gioie e i piaceri, anche la precarietà. Anche oggi la maggioranza di coloro che scelgono la via della rinuncia lo fanno dopo essere passati attraverso l’esperienza del matrimonio e della vita familiare. In sostanza, nella visione indiana la rinuncia esteriore ha senso solo quando essa è espressione di un avvenuto distacco interiore, basato su una presa di coscienza del carattere doloroso e impermenente dell’esistenza e del vuoto ontologico che la caratterizza. Anche dal punto di vista psicologico, eccettuato il caso di chi abbia già raggiunto un alto grado di evoluzione interiore, difficilmente ci si può distaccare da un bene non ancora gustato appieno [1].

Possiamo allora dire, ancora una volta, che tanto più creiamo dei distinguo nella nostra esistenza, tanto più voteremo la nostra vita all’infelicità ed ancora di più ci allontaneremo da Dio. Non perché peccatori o perché da lui rifiutati, ma perché percepiremo la sua presenza come opprimente, il suo giogo troppo pesante. Al contrario, tanto più svilupperemo la nostra storia in maniera creativa e armonica, tanto più ci renderemo conto che è Dio a donarci quell’armonia ed è questa consapevolezza che viene chiamata dai profeti timor di Dio, che nulla ha a che fare con la paura.

Il cristiano dunque è colui che decide di seguire il Signore non per dovere o perché è la cosa giusta, ma perché si rende conto che è l’unica possibilità che ha, l’unico luogo possibile dove accumulare tesori, è nel cielo (Cf. Mt 6,21).

Il cristiano è colui che gode e gioisce del mondo e delle cose del mondo, perché sa che in esse fa esperienza di Dio, perché sa che il mondo è dono di Dio ed egli ne è custode e responsabile (Cf. Gn 1-3).

Il cristiano è colui che questo mondo lo cambia, lo trasforma e lo ridona a Dio come risposta creativa al suo dono creativo.

Il cristiano è colui che si accetta così com’è perché sa  di essere amato. Conosce i propri limiti e li trasforma in strumento di salvezza per sé e per gli altri.

Il cristiano è colui che non scappa dal mondo ed in definitiva, neanche vi rinuncia (Mc 9,1-9).

Battesimo


Citazioni:

1. : S. Piano, Le grandi religioni dell’Asia, Edizioni Paoline.

2.: Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, 23.

 

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