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Il Sinodo: Matrimonio ed Eucaristia

Ispirato dall’intervento di Andrea Grillo, riportato sul blog di Matias Augé, anch’io voglio condividere la mia riflessione di questi giorni in tema di divorziati rispostati. 

Se c’è una cosa che ho imparato dai miei studi di teologia e soprattutto dalla Storia della Chiesa, è che davanti ad una questione che sembra irrisolvibile, la soluzione la si trova spostando l’attenzione sul fondamento, sull’essenzialità, sulla radice che in fin dei conti è la Teologia, Cristo stesso.

La vignetta di gioba.it!

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Non può essere diverso per l’annoso dilemma dei divorziati risposati. Risolvere il problema se questi possano o no accedere ai sacramenti, nella fattispecie alla riconciliazione ed alla comunione, non richiede, come molti pensano, una riflessione sul sacramento del matrimonio e sulla sua indissolubilità: che il matrimonio sia unico ed indissolubile è una verità teologica con la quale non si può giocare. Il Matrimonio cristiano è un segno evidente ed efficace dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, e come Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa, non vedo come si possa prevedere una situazione dove una coppia, la cui unione ha ricevuto questa dignità sacramentale, possa separarsi.

Una possibile via di dibattito – che costituisce anche il lecito timore di Andrea Grillo nell’articolo riportato – sarebbe quella di individuare nuove modalità o nuovi scenari che possano rendere nullo un matrimonio. Questa prospettiva, forse la più comoda, non sposta di una virgola la linea fino ad ora seguita. Si limita semplicemente ad allargare un po’ le maglie per poter giudizialmente valutare nulla la celebrazione del sacramento, al prezzo però di una maggiore casistica, di un aumento delle norme, di un’analisi giudiziale anche più complessa. Paradossalmente questa linea potrebbe essere ben più restrittiva e vincolante di quanto non sia già adesso la prassi, in un modus operandi più simile alla morale preconciliare, che ad una Chiesa che si proietta verso un post-concilio, ancora lontano da venire!

E allora? A mio avviso dobbiamo riflettere su altro!

Il Matrimonio sacramento, come detto non si tocca e non si può toccare. Un matrimonio celebrato senza vizi o impedimenti è indissolubile. Nient’altro da aggiungere.

Il punto della questione però è un’altro: Qual’è la reale connessione teologica tra chi si trova in situazioni matrimoniali difficili o poco lecite e l’impossibilità di accostarsi all’eucaristia? Si ricordi che l’impossibilità di comunicarsi è riservata a chi si trova in peccato mortale, vale a dire un peccato che rompe gravemente e tragicamente ogni relazione con Dio. Nello specifico un peccato che possiede – come da catechismo – tutte e tre le caratteristiche:

  1. Materia grave: cioè un’azione, una res, oggettivamente grave.
  2. Piena avvertenza: cioè devo sapere che quell’azione è grave ed è contro Dio e contro gli uomini
  3. Deliberato Consenso: cioè libero da qualsiasi costrizione esterna o interna decido comunque di compiere quell’azione che so essere grave e so essere peccato.

L’oggetto della riflessione allora dovrebbe essere: “Tutte le situazioni dei divorziati risposati sono ipso facto situazioni di peccato mortale?” In altri termini, la condizione di divorziato risposato, determina di per sé una condizione di peccato mortale in deroga a tutti i principi generali della Morale, e della Teologia Morale? Sarebbe a dire, il più o meno accesso alla comunione, non può andare affidato alla valutazione della coscienza, così come avviene per qualsiasi altra materia grave, fermo restando appunto che siamo di fronte a «materia grave» e quindi potenzialmente davanti a peccato mortale?

Vi è un’altra riflessione che possiamo fare, forse ancora più fondamentale… L’eucaristia, si è detto sempre al sinodo, «non è il sacramento dei perfetti, ma di coloro che sono in cammino» (Cf. Famiglia Cristiana). L’Eucaristia accompagna, fortifica e soprattutto rende possibile, la relazione con Dio, l’accesso all’amore trinitario. Tutti ne abbiamo bisogno, soprattutto chi si trova in difficoltà, in situazioni di peccato. «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Cf. Mc 2) Quale aiuto dare ai peccatori se non l’Eucaristia? Sono forse le nostre parole che salvano? Sono forse le nostre catechesi, i nostri «incontri» a guarire, e convertire, o forse non è solo Cristo che con il suo amore può illuminare le menti ed intenerire il cuore così da ricondurre tutti al Padre?

Non si tratta di offrire misericordia, né tanto meno di dire «Non ti preoccupare è tutto a posto», perché non è affatto tutto a posto! La situazione dei divorziati risposati è una situazione drammatica, che va contro il sacramento del matrimonio, che può rendere la vita veramente difficile, che può anche allontanare da Dio. Ma chi altri può consolare, guarire e salvare se non Cristo?

 

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